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Gian Paolo Montali presenta il suo secondo libro: “Il parafulmine e lo scopone scientifico”

18 Maggio 2016
in News
Gian Paolo Montali presenta il suo secondo libro: “Il parafulmine e lo scopone scientifico”

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Sei anni dopo il successo di “Scoiattoli e tacchini. Come vincere nelle organizzazioni con il gioco di squadra”, Gian Paolo Montali, Direttore Generale del Progetto Ryder Cup 2022, firma il suo secondo libro con Rizzoli dal titolo: “Il parafulmine e lo scopone scientifico. Come diventare un vero leader nel lavoro e nella vita”.
Il tema della leadership è il filo conduttore, attorno al quale si snodano racconti, aneddoti e curiosità legate alle molteplici esperienze di Montali nel mondo dello sport .
Sportweek, il magazine settimanale della Gazzetta dello Sport, ha incontrato l’ex ct dell’Italvolley sul percorso del Marco Simone Golf & Country Club, sede di gioco della Ryder Cup 2022. Tra uno swing e un putt,  Montali ha raccontato che questo è libro è nato dalla domanda ricorrente che gli veniva rivolta: “Ma leader si diventa o si nasce?”.
Di seguito l’intervista integrale a firma di Gian Luca Pasini
Gian Paolo Montali sempre in movimento e sempre alla ricerca di nuove sfide, editoriali e sportive (è appena stato nominato grande capo del progetto Ryder Cup, la mitica sfida tra i più forti golfisti di USA ed Europa che l’Italia ospiterà nel 2022).
In queste ultime settimane esce il suo secondo libro con Rizzoli. Di che cosa parla?
“Questo libro parla di leadership. Per cercare di rispondere a una domanda che negli anni mi sono sentito ripetere molte e molte volte: ma leader si diventa o si nasce?”
Va bene, ci dica la risposta.
“Così non lo legge più nessuno… Non è una risposta secca: ci si arriva al termine di 216 pagine in cui, fra aneddoti delle mie varie esperienza, traccio le tre categorie di capo che per me esistono e che fanno riferimento alle caratteristiche della persona. Perché, se è vero che capi si nasce, leader si può diventare, applicandosi, imparando, contaminandosi”.
Già il titolo: Il parafulmine e lo scopone scientifico.
“Il parafulmine è dovuto alla vulnerabilità del leader, da lì si dipana il racconto di come la figura del capo viene fuori”
Oggi Gian Paolo Montali è il direttore generale della Ryder Cup che l’Italia ospiterà nel 2022, ma pochi forse ricordano che il “Monti”, come era conosciuto anni fa, ha iniziato la sua carriera in modo diametralmente diverso. Doveva diventare odontotecnico o, nella migliore delle ipotesi, medico…
“Poi è stata la pallavolo a rapirmi e a farmi abbandonare quella strada. Come dice Eduardo De Filippo: “Chi nasce tondo non muore quadrato”. Quello che mi fece decidere fu il quarto titolo italiano giovanile consecutivo conquistato con la squadra di Parma. Un titolo che spesso io cito come esempio della mia carriera, più di scudetti o Europei vinti. Si giocava a Potenza, il primo set vincemmo a 4, il secondo a 3, il terzo a zero. Come dire che per me l’idea fissa era sempre quella che ci si doveva migliorare, si doveva fare qualcosa in più. Si doveva cercare sempre l’eccellenza”.
Dietro c’è il segreto della sua carriera.
“Semplice, anche se magari a prima vista è difficile da capire: io ho vinto tanto perché ho sempre avuto paura di perdere. Sembra un paradosso, ma se vinci tanto e alla sfida successiva hai paura di non farcela, ti prepari ancora meglio. E poi..”
Prego, dica.
“Il cambiamento. Il cambiamento è una opportunità. Perché aiuta a mantenere viva la caratteristica principale di un leader. Vale a dire la curiosità. Mi è capitato di andare dalla mia società, dopo 2-3 anni, e chiedere di cambiare. Giocatori e staff. Questo per dare nuovi stimoli. Quando questo non accadeva, allora proponevo un’altra soluzione: cambiare l’allenatore!”.
Il suo modo di lavorare impone anche uno stress nei rapporti. Ha sempre spinto molto.
“Non penso di essere mai stato amico dei giocatori, mentre allenavo. Quello lo sono diventato dopo. E ho mantenuto rapporti ancora oggi, anche a distanza di anni. Dei rapporti personali nello sport spesso parla chi scrive o racconta da fuori”.
Riprendiamo il racconto. La finale olimpica di Atene, l’Italia chiude con il secondo posto, alle spalle del Brasile più forte di sempre.
“Ho sempre collezionato medaglie d’oro, ma fra i ringraziamenti che devo fare non c’è dubbio che metto i componenti di quella squadra del 2004. Nella mia casa di campagna, sulle colline di Parma, ho lo studio in un vecchio fienile. E, conficcato nel muro di pietra con un vecchio chiodo, ho appeso tutte le medaglie che ho vinto. Unica eccezione quell’argento che ho messo come ultimo della fila. Ma ogni volta che rientro in quello studio dopo un po’ di tempo, quell’argento è la prima medaglia della fila. Forse qualcuno me la sposta…Non lo so. Lo considero un segnale: nella vita non ci si deve mai accontentare”.
Altro salto. Il primo Cda della Juventus, nella sua seconda vita: ha avuto delle paure? E che ricordi serba?
“Un grande piacere essere lì per uno come me che di calcio non sapeva molto. Pensate a un ragazzino che arriva a Disneyworld. A quel tavolo con eccellenze di vari settori della vita civile. Comprendevo la grande opportunità di poter fare cose nuove. La paura? C’era eccome: mi chiedevo come potevo essere d’aiuto a un progetto nuovo che nasceva. E’ stato facile quando sono entrato a contatto con l’area sportiva: in quel settore non ci sono tante differenze fra i vari sport quando si parla di mentalità vincenti”.
Arriviamo ai nostri giorni. La Ryder Cup.
“Oltre ai classici (e giusti) ringraziamenti per chi ha puntato su di me, c’è l’orgoglio di far vedere di che cosa può essere capace questo Paese e il genio d’Italia. Sommando la magnificenza di posti che solo noi possiamo avere, la nostra organizzazione e la nostra professionalità, possiamo  creare posti di lavoro. Poi ci sono gli obiettivi sportivi, come far crescere il vertice del movimento golfistico italiano. E, altrettanto importante, togliere al golf quella patina che gli è stata appiccicata e che non merita. In Italia deve e può diventare uno sport popolare. Ci sarà tanto da fare, ma non mi spaventa quello”.
Finirà tutto nel terzo libro di Gian Paolo Montali?
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