Montali: “Ora il golf non si pone più limiti”

Gian Paolo Montali
  28 luglio 2016 In primo piano
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Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Gian Paolo Montali, Direttore Generale del Progetto Ryder Cup 2022,  per il Corriere dello Sport al giornalista Stefano Semeraro

 

Nella sua prima vita da allenatore di pallavolo Gian Paolo Montali ha vinto scudetti, campionati europei e un argento alle Olimpiadi come ct della nazionale. Da manager calcistico ha fatto parte del consiglio di amministrazione della Juventus ed è stato direttore operativo della Roma.

Le sfide lo esaltano. Come direttore generale del progetto per la Ryder Cup 2022 a Roma se ne è accollata una mica male: rendere il golf uno sport popolare in Italia.

«Io ringrazio sempre chi mi dice che inseguo traguardi impossibili», sorride tranquillo. «Perché mi stimola ancora di più a raggiungerli».

Soddisfatto di come procedono le cose con il progetto Ryder Cup?
«Molto. Gli inglesi, proprietari del marchio, ci stanno affiancando in tutto e per tutto. E sono contentissimo
del supporto molto concreto che ci dà il Governo, nella figura del primo ministro Renzi e del sottosegretario di Stato Luca Lotti, e dell’aiuto del Coni attraverso la grande disponibilità del Presidente Malagò».

Sente “affetto” attorno a questa avventura?
«Inizio a sentire soprattutto la gente che inizia a parlare di golf, fatto strano per questo Paese. Mi ha stupito salire su un taxi e sentirmi chiedere: “a diretto’, che famo con ‘sta Raider? In tanti iniziano a rendersi conto che all’Italia è stato affidato un compito storico. Mancano sei anni, ma questo è un progetto che ne vale 11, perché prevede altrettante edizioni degli Open con un montepremi da 7 milioni di euro itineranti fra nord, centro, sud e isole».

Lo swing di partenza è fissato in alta quota.
«Sì, il 26 agosto, davanti alla meravigliosa skyline del Monte Bianco alcuni nostri professionisti e un atleta paralimpico scaglieranno la prima pallina, mentre due alpinisti pianteranno la bandiera della Ryder Cup in vetta. Fra settembre e ottobre andremo nel luogo più a sud d’Italia, Lampedusa, e colpiremo una pallina verso il mare. Un modo per far capire che si tratta di un progetto di tutta l’Italia».

Che impatto economico avrà?
«Secondo uno studio della multinazionale Kpmg l’indotto della Ryder Cup in Italia porterà un introito stimato fra i 550 milioni e il miliardo di euro. Sarà una grande opportunità per il turismo, l’ecologia, il sociale, la difesa dei posti di lavoro nei circoli».

Le Olimpiadi sono alle porte. Il golf ci torna dopo tanti anni, molti campioni però, compreso il nostro Francesco Molinari, a Rio hanno deciso di non andare. Un’occasione persa?
«Lo chiede a chi è nato con il sogno di giocare una finale olimpica, e lo ha realizzato. Per me non c’è cosa superiore, non ci sono dunque scuse per chi non parteciperà. E’ un problema di cultura: chi rinuncia non ha capito cosa sia lo spirito olimpico. Mi spiace soprattutto per loro, non sanno cosa si perdono. Quando lo capiranno, fra 20 o 30 anni, lo rimpiangeranno più di ogni altra cosa. Il golf ha lottato per entrare ai Giochi, se questo atteggiamento dovesse continuare c’è il rischio che dopo Tokyo venga di nuovo escluso. Chi ha deciso di non andare ne porterebbe la responsabilità».

Contento della squadra italiana per Rio?
«Certo: le ragazze, Giulia Sergas e Giulia Molinaro sono grandi atlete, Matteo Manassero e Nino Bertasio sono fra i giocatori più in forma in questo momento. La federazione e il Coni puntano molto su di loro».

Manassero dopo la crisi sta tornando ai suoi livelli. Può essere lui a incarnare il processo di popolarizzazione del golf?
«Nel progetto Ryder Cup c’è un’area deputata alla crescita del talento. Ogni sport ha bisogno di atleti vincenti che sappiano essere anche personaggi, come Panatta nel tennis o Tomba nello sci. Credo che Manassero abbia le stigmate per diventarlo. Primo, perché è un talento vero. Poi perché ha già vinto. Sa come si fa, conosce la strada».

Bertasio è la novità.
«Ottimo giocatore, ha avuto qualche momento meno felice ma è tornato a fare risultati, si è dimostrato molto competitivo e si è guadagnato il diritto a entrare come primo nella squadra olimpica. Un altro su cui abbiamo grandi aspettative è Paratore, che ha talento ed è ambizioso. Del resto i nostri fino a quando sono amatori sono fra i più forti in assoluto, ciò significa che a livello dilettantistico abbiamo la scuola migliore. Lo dimostra il titolo europeo a squadre vinto dalle ragazze».

Quanto è importante il coté femminile?
«E’ uno zoccolo importantissimo. Sono tante le donne che giocano e ottengono risultati. La Ryder è solo maschile, ma tutto il movimento deve fare sistema attorno al golf femminile. Il presidente Chimenti, un grande visionario a cuí va dato tutto il merito di portare la Ryder in Italia, ha grandi progetti in serbo per il golf femminile in Italia».

Lei ha ottenuto grandi successi nel volley e nel calcio: perché le piace il golf?
«Al golf mi sono avvicinato per caso, grazie a Gilberto Benetton che dopo uno scudetto a Treviso mi regalò la quota di adesione a un circolo. E’ uno sport vero, che richiede abilità e rigore. Ti mette davanti ai tuoi punti deboli, e devi imparare a conviverci. Io credevo di essere una persona fortissima, ma sul green devo sopportare i miei limiti. Infine, è altamente educativo, e per questo vorrei proporre al Ministero dell’Istruzione di lavorare nelle scuole con il golf. Nel golf non ci sono arbitri, non puoi ingannare gli altri. E non devi ingannare te stesso. Una metafora della vita».

Più contento del suo swing o del suo putt?
«Nel capitolo finale del mio ultimo libro (Il parafulmine e lo scopone scientifico, Rizzoli, ndr) dico grazie al ferro 7: l’unico che mi dà qualche soddisfazione…».

Scrivere libri è un hobby o un altro lavoro?
«E’ una cosa terribilmente seria, e faticosa. Forse qualcuno non ci crederà, ma li ho scritti davvero io, lavorando con orari da operaio. Se arriverà il terzo non avrà a che fare con la gestione del gruppo né con lo sport: sarà un romanzo».

Ambientato nel volley, nel calcio o nel golf?
«No, i mondi a cui sono più legato sono il cinema, la musica e l’arte contemporanea. Il romanzo racconterà l’intreccio fra questi mondi, con più spazio per il mio lato privato, che è molto nostalgico. Ho sempre con me una poesia di Attilio Bertolucci “assenza, più acuta presenza”. Noi vogliamo sempre “esserci’,’ ma forse il modo migliore per apparire è assentarsi».

Altri suoi amori?
«Il cinema per me è il sogno, le vite che non puoi vivere. Sono di Parma, il “mio” regista è Bernardo Bertolucci. Nella musica ascolto jazz, Chet Baker e John Coltrane, e classica con una passione per le variazioni Goldberg di Bach, in particolare nella seconda versione suonata da Glenn Gould, dove esce l’uomo oltre al pianista».

Manca l’arte.
«Colleziono arte informale anni 90, Castellani, Scheggi, Melotti, la scuola di Piazza del Popolo. Sono molto legato a Roma».

Scendiamo di qualche piano: se fosse ancora alla Juventus avrebbe comprato Higuain?
«Sicuramente avrei venduto Pogba per le cifre che si dicono. E se il consiglio avesse deciso che l’obiettivo era vincere la Champions, avrei comprato Higuain. E’ un modo intelligente per far arrivare un messaggio ai giocatori: non giochiamo più per partecipare alla Champions, ma per vincerla».

Da ex ct del volley, avrebbe lasciato a casa Valentina Diouf?
«Rischio l’impopolarità, ma so quanto sia difficile escludere uno dai 12 per un’Olimpiade. Si può sbagliare a comunicarlo, ma resta dolorosissimo. Mettiamoci anche nei panni di chi deve fare delle scelte».

(Nella foto di Maiozzi: Gian Paolo Montali)

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